Le interviste

Claudia Paccosi ha intervistato per LA FONTE  alcune autrici e autori che hanno partecipato al Festival.

Intervista a Massimo Montanari: la storia dietro a un piatto di pasta

Massimo Montanari, professore di storia dell’alimentazione all’Università di Bologna, ha presentato a Vienna, in occasione del festival di letteratura italiana La Fonte, Il mito delle origini – Breve storia degli spaghetti al pomodoro. (Laterza) L’argomento è più che scottante: gli italiani pongono un piatto di pasta sopra ogni altra leccornia mentre il resto del mondo cerca di capire il metodo giusto per prepararlo. Il professor Montanari ha indagato alle origini dei tanto internazionalmente amati spaghetti con la salsa e svela perché quello che ci è sempre stato raccontato è più semplice della realtà.


-Nel tuo libro parli di mito delle origini e di come il risultato storico sia in realtà una somma di diversi incroci e incontri. Vienna mi sembra proprio la città delle mescolanze, specialmente nel cibo. Fare un libro sull’origine dello Strudel o della Schnitzel avrebbe portato a risultati simili?

Io credo di sì. Credo che quasi tutte le ricette – soprattutto quelle che sono diventate, nel tempo, molto diffuse e profondamente identitarie di una cultura e di un paese – abbiano origine da una mescolanza di prodotti e di conoscenze che vengono da luoghi e tempi diversi. E credo che le cucine siano particolarmente interessanti e ricche quando sono il risultato di tanti incontri, di tante mescolanze. Vienna, nel suo ruolo di capitale di un impero multinazionale, da questo punto di vista è un caso esemplare.

-Come mai agli austriaci interessa così tanto l’Italia e la sua cucina? Me ne sembrano innamorati il più delle volte.

Credo che questo interesse nasca da una vicinanza culturale. Le Alpi dividono, ma anche uniscono. E una cultura gastronomica multiforme come quella austriaca non può non sentire attrazione per quella italiana, che ha nella varietà il suo carattere dominante. Ma forse, più ancora che attrazione, parlerei di consonanza – due culture dinamiche e ricche, che si attraggono e si affascinano.

-Perché la storia di Marco Polo che porta gli spaghetti dalla Cina è un falso da smitizzare rapidamente? È perché si è radicato così a fondo nelle credenze (materiali e mentali) comuni? 

Le fake news si affermano perché sono facili, semplici, banali. La Cina è sempre stata un luogo favoloso, da cui sono arrivate (per davvero) molte importanti invenzioni, nel corso dei secoli. Dall’altra parte c’è l’immagine – anch’essa un po’ favolosa – del mercante italiano alla scoperta del mondo. Ma questa falsa notizia, creata da un giornale americano (la rivista dei produttori di pasta) nel 1929, era raccontata proprio come una favola. È curioso che tanti ci abbiano creduto e ancora ci credano, nonostante gli storici ripetano, ormai da decenni, che quella storia non ha nulla di vero. Marco Polo incontra gli spaghetti in Cina, certo. E li riconosce, perché nel suo paese si facevano già da secoli. In ogni caso, non si tratta di una gara, non ci interessa decidere chi è arrivato prima: gli italiani hanno i loro spaghetti, i cinesi hanno i loro. Diversi. Altra materia prima, altri modi di fabbricazione. E sempre spaghetti freschi, da mangiare all’istante. Solo in Italia si è sviluppata (fin dal XII secolo: ben prima del viaggio di Marco Polo) una industria della pasta secca.

-Come mai l’umanità ha bisogno sempre di un’origine? Perché c’è sempre bisogno di originare un mito che collochi l’inizio in un punto preciso? È la nostra finitezza? 

Siamo deboli, non crediamo in noi stessi. La ricerca dell’origine cerca altrove, lontano nel tempo, il senso delle nostre cose, come per dargli maggiore autorevolezza. Ma dovremmo essere più consapevoli che siamo sempre noi, in ogni momento della nostra storia, a decidere dove andare e cosa fare. Per questo siamo sempre diversi. Il cambiamento è vita. Ricercare le origini è giusto, è interessante, ma in quelle origini non ci siamo necessariamente noi. Ci sono altri, che abbiamo incontrato lungo il cammino. E ci siamo anche noi, ma diversi da come siamo adesso. L’origine è un inizio, ma l’inizio non spiega come poi si svolgono le cose. Sono gli incontri che lo spiegano.

-Mi viene in mente anche la storia dell’origine del cornetto. È viennese come qui spesso si vantano di dire o anche quello è il risultato di una mescolanza di impasti? 

Guarda, ti confesso che non so rispondere. So bene che c’è anche qui un “mito di origine”, e penso che, come tutti i miti, sia una costruzione fasulla. Ma bisognerebbe andare a fondo, studiare, capire. Questo lo dovete fare voi…


Intervista a Fabio Stassi: curarsi e ammalarsi con i libri

Fabio Stassi, autore con cui condivido la mia città natale, la grigia e medioevale Viterbo, ha presentato a Vienna durante il festival letterario La Fonte il suo ultimo libro su Vince Corso: Uccido chi voglio (Sellerio -2020). Con lui ho parlato del potere insieme salvifico e distruttivo delle storie e della letteratura.



- Ci conosciamo già, veniamo dalla stessa città e abbiamo condiviso alcuni viaggi in treno e una biblioteca. Hai scritto anche in aereo? O sei venuto a Vienna in treno?  Come mai per te funziona così bene la scrittura in viaggio?

Son venuto in aereo, ma per arrivare all’aereo ho usato il treno. Continuo a scrivere in treno, anche se in questo periodo mi sono fermato perché sto studiando e con il Covid sono stato molto a casa. Ho dovuto arredare la mia stanza quasi come lo scompartimento di un vagone ferroviario; ho scelto l’angolo che somigliava di più a un vagone. Ho sempre scritto in treno, non ho mai avuto uno studio, non ho mai avuto una scrivania; ho sempre scritto in movimento.

Non lo so se c’è una ragione precisa, diciamo che lo stare in movimento o meglio il non stare in nessun luogo o stare fra un luogo e un altro è per me una condizione ideale, perché in fondo chi scrive, ma anche chi legge, abita un luogo transitorio, precario. Sei seduto in un vagone e guardi fuori dal finestrino, leggere è anche questa cosa qui. Mi favorisce i pensieri, l’immaginazione, il fatto di non essere radicato. Dal covid in poi sono stato molto in una stanza che è diventato un po’ l’antro di Geppetto, una grotta. Per me è stata un’esperienza nuova, ho davanti un muro. Ho sentito Paul Auster dire che scrive davanti a un muro, non davanti a una finestra. Ho un muro e una scrivania strettissima e cortissima, perché le scrivanie più strette aiutano a concentrarsi. Comunque ho scritto un po’ anche venendo qua, ne approfitto sempre.

Vince Corso, il protagonista del libro presentato a Vienna Uccido chi voglio cura la gente suggerendo dei libri. Mi viene in mente un altro libro a cui hai lavorato per Sellerio: Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno. Il tema torna. I libri funzionano come pharmakon (insieme veleno e antidoto per gli antichi greci) per te e ti capita di consigliarli anche a chi vorrebbe risolvere alcuni problemi del corpo e della mente?

Funzionano come farmaco anche per me. Funzionano come cura, ma anche come malanno. Si scrive sicuramente perché si ha qualcosa che non va, per il fatto di non saper stare al mondo nel modo giusto o almeno per il disagio di stare nel mondo. E forse anche si legge per questo, per un sentimento di riparazione verso l’ingiustizia, la fragilità e la caducità.

La biblioterapia faceva già parte della mia vita da prima: appartengo a una famiglia meridionale dove il tema della malattia è molto sentito. Oggi possiamo dire che i disagi di ogni tipo si sono moltiplicati, soprattutto per le nuove generazioni. Il sentimento di solitudine è più feroce e più esteso, anche il sentimento di inadeguatezza, la depressione, il panico e la paura. Questo è un tempo di paura.

La letteratura parla da sempre dello smarrimento dell’essere umano, diciamo che oggi si sente con rinnovata urgenza, ma in fondo basta aprire l’inizio del poema più importante della nostra letteratura per capirlo: è la storia di un uomo che si è perso. E anche noi credo in questo tempo siamo molto smarriti, un po’ per la pandemia, un po’ per quello che sta accadendo questi giorni, c’è un senso di minaccia, di precarietà, di saccheggio del futuro e saccheggio di un’idea di un futuro migliore e anche dell’utopia di un orizzonte. Eduardo Galeano, uno scrittore che ho amato moltissimo, diceva che l’orizzonte serve per continuare a camminare, per avere un luogo dove andare, una direzione. Se ti tolgono l’orizzonte in qualsiasi direzione vai senti quasi l’inutilità del camminare. Anche il mio personaggio colleziona luoghi estremi, luoghi che sono al confine. Credo che noi viviamo in un confine tra tante cose, tra finzione e realtà, fra follia e sanità.

Nel libro parli di una Porta Magica fra i libri e la vita. A volte quando leggo o scrivo mi sembra davvero di avere la possibilità di saltare in un altro mondo e poter vivere là per alcune ore, a volte nella testa di qualcun altro, correndo con le gambe di un bambino o navigando con una nave che non è la mia. Hai la stessa sensazione?

La porta magica esiste realmente: è all’Esquilino in una villa di alchimisti del ‘600. Ci sono molte leggende legate all’alchimista Cagliostro che a Natale si siede a Piazza Vittorio.

Io l’ho sempre immaginata così la letteratura. I libri sono una porta magica tramite cui entri in un altro luogo. E così viceversa: anche i personaggi possono entrare nel nostro mondo. È una porta girevole, non è una porta unidirezionale, almeno così la penso.

Soprattutto in questo ultimo libro di Vince Corso volevo mettere in scena proprio l’invasione della finzione nella realtà e della realtà nella finzione. Questo è un tema che mi sta a cuore e su cui rifletto da molti anni. Prima credevo di più nel fantastico, nella letteratura fantastica, nella finzione, oggi ho molti dubbi. Sono più diffidente della finzione: credo che la finzione sia la propaganda di questo sistema, abbiamo un po’ smarrito il confine fra realtà e falso, perché tutto è diventato finzione. Viviamo in un mondo pieno di finzioni, dalle serie tv al cinema, ma anche come vengono raccontate le notizie, per cui non sai più se una guerra è reale o finta, se una pandemia è un’invenzione o una cosa reale (e invece è tutto reale).

La letteratura può aiutare a guardare meglio la realtà, ad occhi aperti, non serve ad allontanarsene, a evadere, che non è un bel verbo. Deve aiutare a mettere a fuoco, a risolvere e ad affrontare quello che non va. Non è un giardino incantato, la letteratura fa male. Per questo più che una cura funziona come un vaccino.

Le parole sono salvifiche e allo stesso tempo minacciose. E qui torniamo al pharmakon. Come possono far male? Quando i libri e quello che raccontano può diventare un pericolo?

Io sono un lettore infantile che si immedesima moltissimo in quello che legge, nell’avventura e nei personaggi. Al tempo stesso però il fatto di scoprire che qualcun altro, prima di te, in forme diverse ha vissuto le stesse cose, gli stessi dolori, lo stesso senso di disappartenenza in realtà alla fine conforta, ma sì, certo, può anche fare male. Ma come fa male la vita. Non si può non affrontare la vita. Nella vita esiste la malattia, il dolore, la solitudine, la morte, la mancanza, la nostalgia, la scomparsa. Dobbiamo fare i conti con tutto questo.

Esiste il fallimento. La letteratura racconta anche del fallimento, uno dei grandi temi. Gli argentini dicono “nessuno è un buon argentino senza un buon fallimento da raccontare”. Non è l’illusione di un mondo senza fallimento, senza malattie, senza cattiveria o odio.

Al tempo stesso però mi viene in mente Kurt Vonneguth, scrittore che aveva attraversato le più grandi tragedie come il bombardamento di Dresda e che ha scritto Mattatoio n 5, diceva sempre “ricordati di essere felice”. La letteratura è anche un grande inno alla vita, scrivere è un grande atto di speranza. È un atto di speranza: nonostante la vita sia così complessa vale la pena viverla. E quindi ricordiamoci di essere felici.

Il protagonista del libro Uccido chi voglio impara a perdersi invece che ritrovarsi. Viviamo in un mondo che corre veloce e in cui ognuno cerca rapidamente ed efficientemente soluzioni (soprattutto per sé). Con la pandemia abbiamo rallentato e molti di noi si sono un po’ persi. Cosa c’è di bello e di utile nel perdersi?

Per me è l’esperienza fondamentale e più utile. Quando ti perdi scopri dei luoghi che non avresti incontrato. Io credo molto nell’errore, anche nella scrittura. Credo nel fuori tema. Le cose più interessanti vengono fuori dal margine del foglio, fuori da quello che ci si è prefissati di scrivere. Secondo me bisognerebbe scrivere senza bussola. È arrogante il senso dell’orientamento. È una delle tante arroganze degli esseri umani. La pandemia ha cambiato le cose. All’inizio mi aveva dato la speranza che questo perdersi, anche questo allontanarsi da una dimensione così egocentrica e narcisistica, finalizzata soltanto all’autoaffermazione, potesse mostrare un’alternativa, quella di condivisione e solidarietà, parole di cui si è perso il significato oltre che la parola.

Ora sono di nuovo un po’ disilluso, chi era ricco si è arricchito di più in questi due anni, chi era povero si è impoverito di più, non c’è stato un sostegno reciproco, anzi questa lotta feroce di cui la realtà è fatta e di cui noi forse abbiamo smarrito la capacità di metterla a fuoco è una lotta di classe, una lotta sociale. Non c’è mai stato un periodo di così grande ingiustizia sociale, nemmeno nel medioevo in cui si aiutava la gente che stava male, sicuramente di più che oggi.

Io credo nelle persone che si perdono più che in quelle che affermano di sapere bene qual è la loro strada, qual è il loro destino.

Mastro Geppetto è il tuo ultimissimo libro, uscito nel 2021. Cosa è cambiato?

Questo libro di Vince Corso è stato un ponte. È stato importante per questo mio avvicinamento a un’idea di maggiore realismo nella letteratura. Finiva con un cieco che profetizzava pandemie (l’ho scritto prima di quello che è accaduto), perché questo senso di minaccia era già nell’aria da molto tempo. Mastro Geppetto per me invece è il libro che ho sempre sognato di scrivere, il libro che sognavo di scrivere da bambino. È per me il libro della vita. Presenta il mio modo di parlare della realtà attraverso la letteratura tramite il libro più famoso dopo la Divina Commedia: Pinocchio, visto che mi è parso che quello che è accaduto in questi due anni ha cambiato il nostro modo di leggere i libri. I libri cambiano il loro senso a seconda del contesto (una parola cara a Borges e a Sciascia). Ha spaventato me per primo l’intuizione che Pinocchio non esistesse, che fosse una marionetta inerme, che fosse un pezzo di legno. La storia cambia completamente. È un’idea scandalosa: non è più un tempo di favole. È uno scherzo cattivo che hanno fatto a Geppetto che è un anziano malato, fragile e solo a cui fanno credere che Pinocchio abbia preso vita. È solo lui a crederci. Mi sembra una chiave per raccontare questo tempo attraverso i personaggi canonici, ma creando un anti canone. È un Geppetto nuovo ed è drammaticamente contemporaneo. È il libro a cui adesso tengo di più, sintetizza tutto questo discorso che non sono capace di fare a parole. É la sintesi di questo momento riguardo la letteratura e noi come lettori.

Intervista a Mariasole Bianco: come diventare eroi dell’oceano e salvaguardare il 71% del pianeta

Mariasole Bianco è un’eroina del mare. Lo ama, si lascia abbagliare gli occhi dai barlumi delle sue superfici e studia i misteri degli abissi. È una biologa marina e divulgatrice scientifica milanese, che ha trovato la sua casa in Sardegna, vicino al blu salato. Ha presentato il libro Pianeta Oceano (Rizzoli) durante il festival di letteratura a Vienna La Fonte. Allora le ho chiesto se anche noi possiamo, in qualche modo, diventare dei piccoli eroi marini.



-Nelle prime pagine di Pianeta Oceano racconti di come ti sei innamorata del mare non aspettando mai le canoniche due ore dopo i pasti prima di fare il bagno (facevo lo stesso anche io). Oggi presenti il tuo libro a Vienna a italiani e austriaci che vivono lontani dall’acqua per gran parte dell’anno. Magari non tutti posseggono questo legame viscerale con il mare. Come possono imparare ad amarlo nonostante lo vedano e conoscano così poco?

Questo è anche parte del mio sforzo più ampio a livello divulgativo: io organizzo molto in città perché è fondamentale che le persone, ovunque si trovino, capiscano che in qualche modo la loro esistenza è legata al mare. Attraverso ogni respiro che facciamo per esempio: più del 50% dell’ossigeno che respiriamo deriva dal mare, viene prodotto da queste micro alghe, il fitoplancton, che fanno la fotosintesi come gli alberi; ce ne sono miliardi di esemplari che risiedono nella vastità dell’oceano e il loro apporto all’ossigeno complessivo della nostra atmosfera supera il 50%. A tutti gli effetti attraverso ogni respiro siamo collegati al mare come attraverso ogni goccia d’acqua che beviamo: sappiamo che il ciclo dell’acqua passa da lì.

Il mare regola il clima ed è per miliardi di persone una fonte importantissima di sostentamento, che va dal lavoro al cibo. Una persona su cinque dipende direttamente dal pesce come fonte primaria di proteine.

Il sottotitolo del mio libro è: la nostra esistenza dipende dal mare, il futuro del mare dipende da noi. L’importanza di far capire che le azioni che intraprendiamo anche nelle città hanno un riscontro anche sulla salute dell’oceano è fondamentale. Il passo successivo è quello di far capire che ognuno di noi può avere delle conseguenze positive o negative su di esso e che sta a noi decidere da che parte vogliamo stare, il nostro impatto non deve per forza essere negativo. L’idea è quella di promuovere un cambiamento: ognuno di noi può contribuire diventando custode del pianeta e non più utente che cerca sempre di prendere senza dare mai niente in cambio.

 

-Nel tuo libro mostri bellezza, mistero e fragilità del mare. Ti va di dirci un paio di parole per ognuno di questi tre aggettivi? Perché l’oceano, che occupa il 71% della superficie del pianeta è bello, misterioso e fragile?

È sicuramente bello, perché la natura è bella, è in grado di regalarci degli spettacoli che ci consentono di capirne la complessità, ma anche l’evoluzione, ed è sempre in grado di stupirci con effetti speciali. Molto del mio libro è focalizzato sulle bellezze, per me parte del percorso procede attraverso la consapevolezza, che poi si traduce in azione, ma prima passa dalla conoscenza. Molto spesso i nostri occhi si limitano a questo grande velo blu che copre il 71% del nostro pianeta, sotto quel velo c’è però un mondo straordinario che ospita l’80% di tutte le specie viventi e che non è assolutamente conosciuto. Abbiamo mappe più dettagliate di Marte e della Luna rispetto ai fondali oceanici del nostro pianeta. Fortunatamente ciò sta leggermente cambiando, quando ho scritto il libro avevamo una mappatura del 5%, adesso stiamo arrivando al 20%.

La bellezza dell’oceano è anche la ricchezza delle specie, a partire dagli abissi che tutti ci immaginiamo come dei luoghi oscuri dove invece la luce regna sovrana e diventa un linguaggio, attraverso la bioluminescenza e la capacità del 76% degli animali marini di creare luce propria. Nel libro descrivo poi l’alto mare con le tartarughe e il mar dei Sargassi, questo ecosistema e area che è definita solo da correnti e non da terre, poi il White Shark Café, il caffè degli squali bianchi, un luogo in mezzo al mare in cui si ritrovano gli squali bianchi non si sa bene ancora per quale motivo.

Noi ovviamente viviamo il mare nell’ambiente costiero con la barriera corallina. Ho voluto prendere come esempio uno scoglio del mediterraneo per far capire quanta vita ci sia in uno spazio così piccolo. A volte basta solo guardarlo con un po’ più di attenzione. E per finire racconto dei poli e di tutta la biodiversità che li popola.

È un inno alle meraviglie che passa dalla consapevolezza delle fragilità e problematiche che affliggono la salute dell’oceano. Sono proprio le problematiche che ci portano da un ecosistema all’altro: la plastica che ci guida dagli abissi all’alto mare, la sovra pesca che ci guida dall’alto mare alle coste, sono i cambiamenti climatici che poi ci guidano ai poli. E infine parlo di un tema che non ha molta visibilità ultimamente come i cambiamenti climatici, ma è altrettanto grave e va di pari passo: la perdita di biodiversità.

Il mare è poi mistero proprio per il fatto che conosciamo così poco dei fondali marini anche se nascondono un tesoro per l’umanità perché è proprio lì che è nata la vita sul nostro pianeta. Pensa che con il budget annuale della NASA la NOAA, l’agenzia americana per l’esplorazione oceanica, potrebbe lavorare per 1600 anni.

-Sfogliando il tuo libro mi è venuto in mente il documentario Netflix Seaspiracy dello scorso anno. Ne rimasi sconvolta. Sono amante del mare e anche del cibo che ci dona. Il documentario offre una soluzione radicale: quella di non consumare pesce per salvare gli oceani. Sei d’accordo con questa visione?

Io non penso che non mangiare più pesce sia una soluzione, perché è una soluzione che solo una fascia privilegiata di persone può permettersi. C’è invece un grandissimo lavoro da fare sulla sostenibilità. Seaspiracy ha un grande pregio: è riuscito a mettere in luce un tema di cui nessuno parlava relativo alla pesca illegale e alla sovra pesca, però dall’altro lato non ha fatto vedere tutte le facce della medaglia: non è un documentario che stimola il pensiero critico. Penso che la soluzione sia una approfondita e precisa regolamentazione della pesca che se viene fatta, proprio per le risorse che ci sono nell’oceano e proprio per la facilità con cui alcune di queste risorse si riproducono (parliamo di alcune specie che hanno un ciclo vita di un anno), avremmo davvero delle risorse illimitate. Bisogna lavorare moltissimo sulla sostenibilità della pesca e lavorandoci possiamo arrivare a un livello in cui si potrà vedere il contesto di proteine derivanti dall’ambiente marino come una soluzione alla crisi globale sulla fame.

Una soluzione molto importante che il documentario propone è quella della protezione del mare di almeno il 30% dell’oceano. Dobbiamo abbracciare il concetto che abbiamo dalla nostra parte la natura, la nostra più grande alleata con una grandissima capacità rigenerativa se gli lasciamo lo spazio attraverso le aree protette. Proteggere il mare è parte integrante della strategia globale sulla sostenibilità della pesca perché dobbiamo lasciare lo spazio alle risorse di rigenerarsi, ritagliando aree con attività regolamentate dove non vanno consentite attività estrattive come la pesca intensiva oppure l’estrazione mineraria, anche perché la sovra pesca e la pesca illegale incidono in primis sulla componente sociale della piccola pesca artigianale che ne subisce le conseguenze.

-Un altro docufilm che mi ha colpito è stato My Octopus teacher. C’è bisogno di storie che mostrino l’amore delle persone per il mare e per i suoi abitanti? C’è bisogno di cura e un approccio non aggressivo e a pelle (senza muta nel film) per conoscere i misteri dell’oceano e contribuire a salvarlo?

Assolutamente sì, per me questa è la chiave. È proprio quel percorso di cui parlavo prima di conoscenza, consapevolezza e azione. Tutto parte dalla conoscenza perché noi rispettiamo e proteggiamo ciò che amiamo e amiamo ciò che conosciamo. È una delle ragioni per cui ho intrapreso tutta la parte divulgativa del mio lavoro, nell’ambiente marino siamo in una situazione deficitaria rispetto all’ambiente terrestre: le persone non vedono quello che sta succedendo, si limitano alla superficie. Se nel Borneo fanno piazza pulita della foresta tropicale e mettono le piantagioni di palme da olio e gli orangotango muoiono negli incendi abbiamo sotto gli occhi immagini drammatiche, nell’oceano purtroppo quello che può fare una grande nave con una rete a strascico è difficile da vedere. Quindi noi abbiamo una responsabilità ancora più grande nella narrazione e nel portare il grande pubblico, attraverso le nostre parole e la semplificazione di alcuni messaggi, ad acquisire quella consapevolezza.

-In Pianeta Oceano dici che è ancora possibile cambiare rotta. Nel 2015 Origin ti ha inserita fra i cento eroi dell’oceano, come può ognuno di noi nel suo quotidiano diventare un piccolo eroe per i mari?

Oggi mi trovi un po’ pessimista, penso che l’umanità stia andando nella direzione opposta rispetto a quella che dovrebbe intraprendere, ovvero una strategia di unione e coesione. L’oceano potrebbe essere proprio la parte centrale di questo perché noi tutti condividiamo un unico oceano che unisce le nostre terre, perché tutte le correnti sono in qualche modo collegate. Insieme condividiamo la responsabilità di proteggerlo. È un approccio fondamentale per risolvere le grandi crisi globali, vale per l’ambiente come per la sanità.

C’è una regola: non bisogna mai svelare il finale di un libro. Bene, il finale del mio libro è dedicato a tutte le soluzioni sia a livello governativo (l’istituzione di aree marine protette e lo sforzo globale per la protezione di almeno il 30% del mare entro il 2030 se vogliamo mantenere produttività e funzionalità) e poi identifico sei semplici azioni che ognuno di noi può adottare nella quotidianità, molte di queste hanno a che fare con il nostro essere consumatori responsabili, da quello che mangiamo a come decidiamo di muoverci, all’energia che produciamo e a quella che scegliamo per le nostre case, alla scelta del pesce che ha una stagionalità come quella delle verdure, fino allo spreco alimentare (in Europa buttiamo il 30% di quello che compriamo). Dobbiamo renderci conto che ognuno di noi può fare la differenza e non pensare che le nostre azioni sono solo piccole gocce nell’oceano. Io sono molto ottimista da questo punto di vista e voglio continuare a esserlo perché è quello che mi spinge a fare del mio meglio affrontando le mie scelte quotidianamente.



Intervista a Zuzu: le proprietà uniche del fumetto e delle storie non ancora scritte

Zuzu ha presentato a Vienna, durante il festival La Fonte, il suo fumetto d’esordio Cheese. (Coconino Press) Oggi la sua seconda graphic novel, Giorni felici (Coconino Press), è fra i titoli proposti al premio Strega 2022. Durante la nostra intervista mi ha raccontato di quanto le sue storie ci mettono a sedimentarsi prima di diventare scrittura e delle potenzialità del fumetto, diverso da tutte le altre arti.



-É la prima volta che intervisto una fumettista. E pure la prima volta che intervisto qualcuno più giovane di me. Mi sa che sto invecchiando. Com’è essere una giovane fumettista invitata a un festival a Vienna?

Non so com’è essere una giovane fumettista, non so nemmeno com’è non esserlo. Per saperlo dovrei pensare all’effetto che ha su di me sapere di avere dei lettori. Ma scrivere una storia è già di per sé un’esperienza che stravolge, quindi provo a essere felice e grata per quello che mi succede senza farmi troppe domande. Come per esempio avere l’opportunità di partecipare a un festival a Vienna.

-Nel fumetto Cheese, anche tradotto in lingua tedesca, è molto presente il corpo. Il disagio, la bulimia, le insicurezze. Spesso però mostri cosa c’è dentro il corpo e cosa ne esce o entra deformandolo in maniera surreale. È così che ti immagini sotto la pelle?

Il corpo che si vede in Cheese assume forme di volta in volta mostruose e oscene. La protagonista vorrebbe liberarsene come fosse un fardello pesante ed estraneo.

Oggi fortunatamente riconosco il mio corpo come parte di me, e sotto la pelle non vedo mostri, ma la mia vita.

-Grazie al fumetto puoi esprimere sensazioni e soprattutto transizioni altrimenti non rappresentabili in un film o addirittura nella scrittura. Mi vengono in mente gli occhi della protagonista che si aprono alla fine della storia. Sono queste le potenzialità della graphic novel, che la rendono ancora attualissima se non in crescita nel 2022?

Esatto! Il fumetto ha delle proprietà uniche, che appartengono a lui solamente.

È un linguaggio che sarà sempre attuale. Penso che, una volta scoperto, chi se ne appassiona non può più abbandonarlo, quindi mi auguro che cresca sempre di più.

-Ho letto che credi i libri si scrivano molto prima di quando ci si siede al tavolo e si prende la penna in mano. Si scrivono in macchina con gli amici, in metro, mentre si guarda un film. È un concetto che non avevo ancora sentito pronunciare, ma che credo profondamente vero (vedi la parete del mio salotto ricoperta di fogli). Ma visto che Cheese è stato il tuo esordio. Quando hai davvero cominciato a crearlo?

Cheese è nato durante le lunghe notti d’estate passate a rincorrere e a scappare da amori e mostri immaginari. In compagnia di amici insonni e inquieti come me.

Fumavo troppe sigarette a stomaco vuoto e la vita era in bianco e nero. Ma era lo stesso bellissima, perché niente era ancora scritto. Né il mio futuro né questo libro.

-E qui, a Vienna, stai cominciando già a scrivere qualcosa di nuovo?

Spero di sì, ma è una domanda a cui saprò rispondere più avanti. Quando una storia inizia a prendere forma lo fa senza avvisare, solo dopo posso riconoscere in parte il tragitto che ha fatto dentro di me.


Intervista ad Annalisa Strada: storie e parole per gli esordienti della vita

Annalisa Strada, insegnante e scrittrice di libri per ragazzi ha presentato a Vienna, durante la prima edizione del festival di letteratura italiana La Fonte, i suoi più recenti libri: I bislunghi e i biscorti (2021- Nordsud edizioni), una favola sulle diversità contro cui si prova a far la lotta senza riuscirci e Il club delle nonne (2021 – Il battello a vapore), una carrellata di più o meno anziane signore con i superpoteri. L’ho intervistata entrando un po’ nel mondo di una narratrice, che studia i bambini come un’antropologa e sceglie quali storie raccontargli, a volte mettendoli un po’ in difficoltà con un mistero o un gioco di parole da sbrogliare.



-Cosa si prova a raggiungere i giovani lettori italiani a Vienna? Quanto è importante la lettura di storie nella propria lingua madre per bambini che vivono in un altro paese?

Quando scrivi per bambini ti poni sempre il problema di cosa raccontargli. Il loro è un mondo parallelo al nostro.

Quando cominciai a insegnare a scuola avevo trentasette anni e mi sentivo giovane, dopo le prime cinque ore di lezione sono però uscita dalla classe sentendomi vecchissima, scoprendo che ogni generazione è un mondo nuovo con una visione diversa da quella degli adulti. I bambini guardano al mondo con degli occhi ingenui, senza un’esperienza pregressa che possa fargli da filtro.

Oggi mi pongo nei confronti di un bambino italiano che vive in un’altra nazione come con gli altri. Sono cittadini nuovi di una nazione nuova.

Due sono le scelte che devo sempre affrontare: il linguaggio e la storia. Con il linguaggio devi sempre cercare di essere comprensibile, ma un passettino avanti rispetto a loro, affinché la lettura diventi anche una crescita lessicale. Il gioco di parole ad esempio è fondamentale e per chi non ha l’italiano come prima lingua può diventare un mistero da scoprire. L’importante è che stiano al gioco anche se non capiscono tutto.

Dopo la pandemia i bambini sono usciti con una maturazione linguistica rallentata: è come se fossero un po’ stranieri. E a questo punto i bambini italiani in Austria non avranno competenze molto differenti dai loro coetanei in Italia.

Sull’aspetto dei contenuti noi autori ci siamo molto domandati cosa raccontare ai bambini dopo il periodo della pandemia. La risposta che ci siamo dati è: portiamoli altrove.

-Apri I bislunghi e i biscorti dedicando il libro a chi prova a vivere la vita prendendola dal lato opposto e che in un primo momento crede di stare sbagliando, finché non si accorge che è solo una nuova via di affrontarla. Un libro come questo mi sarebbe servito alcuni anni fa. Come mai oggi si racconta il diverso ai bambini e prima non si faceva?

Prima se ne parlava meno, perché eravamo molto meno mobili da tanti punti di vista.

Un bambino è sempre periferico perché è sempre un esordiente. È un esordiente della vita. Cerca di assomigliare perché vuole essere accolto nel mondo.

Parlare della differenza è importante perché viviamo in una società fluida. Sentirsi uguali, ma unici diventa l’elemento a cui appigliarsi per creare la propria identità.

Imparare a fare cose nuove è il trucco dell’esistenza: mi ero rotta la spalla destra, per cento giorni non ho potuto utilizzarla e ho dovuto davvero imparare a lavarmi i denti con la mano sinistra, a scrivere con la mano sinistra e alla fine ho pensato a quante cose enormi e difficili abbiamo imparato a fare nella vita semplicemente ponendoci da un punto di vista diverso. Un’altra volta ero di fronte a una vetrina con una mia amica e c’erano dei sandali con un tacco vertiginoso e le ho detto che non sarei mai riuscita a camminarci e ha esclamato: con tutto quello che ti sei abituata a fare nella vita, pensi davvero che portare i tacchi sia una cosa difficile? Comprai quei sandali.

La diversità è difficilissima, ma è una difficoltà necessaria e utile. Ho voluto esagerare in questo incontro fra i bislunghi e i biscorti  raccontando un astio che non riesce a tradursi in scontro. Se si accettassero nella loro differenza avrebbero una vita molto più tranquilla e interessante, eppure si ostinano in questa contrapposizione.

-Proprio il conflitto dei bislunghi con i biscorti è applicabile per i bambini che vivono a Vienna e che si confrontano con cibo e “puzze” diverse da quelle italiane. Che storie come la tua possano aiutare?

In qualsiasi gruppo di bambini tu chieda quale è il momento della settimana che gli piace di più, una grande percentuale indicherà il cibo, come esperienza di condivisione con la famiglia. Il cibo li identifica molto. I bambini all’estero diventano però bilingue anche sul cibo, ne hanno uno preferito domestico, ma poi mangiano anche volentieri quello del luogo a scuola. Per loro è un’esplorazione diretta e pratica, che affrontano con curiosità. Il bello dei bambini è che non hanno pregiudizi, non hanno avuto il tempo di stratificarli, per loro è tutto una scoperta. Il concetto del giudizio giunge poi quando noi per limarli li omogenizziamo.

-Il club delle nonne è invece un titolo che mostra le energie e potenzialità delle nonne. Quanto è importante per i più piccoli confrontarsi con generazioni tanto lontane da loro e perché invece più si cresce e più ci sembra che ce ne allontaniamo?

In questo libro le nonne vanno dai 62 ai 100 anni. L’immagine usuale della nonna è quella disneyana di quella donna con la crocca di capelli grigi che se ne sta sulla sedia a dondolo e cucina torte, mentre una buona percentuale delle nonne attuali sta ancora lavorando e deve ricavarsi il tempo per vedere i nipoti.

I nonni sono importantissimi, sono dei genitori senza la responsabilità. Hanno entusiasmo nei confronti della vita nuova che in qualche modo li appartiene, i nipoti, anche se sanno che non se li potranno godere per molto. I bambini vengono evocati da questo interesse e se un nonno sa fare il nonno avviene il vero scambio generazionale attraverso storie dallo stile un po’ favolistico del loro mondo passato così lontano. Dopo il rapporto si perde perché i bambini scoprono il mondo e lasciano il nido. È fatale e fortunato che avvenga questa separazione.

-Annalisa tu sei insegnante e scrittrice. Nelle tue biografie c’è spesso scritto che insegnare e raccontare storie siano due facce della stessa medaglia. Quanto possono i piccoli imparare dalle storie e come dovrebbero essere inserite anche nella quotidianità scolastica?

Posso piangere? Abbiamo tolto l’ora di lettura dalla scuola venti anni fa. Adesso ci sono grandi processi di reinserimento della lettura, ma restiamo ancora schiavi di una scuola che è un po’ fossile: l’antologia alle medie ad esempio insegna che insistono i generi, riducendo tutto a dei punti e banalizzando senza essere più coincidente con la realtà. Invece la lettura ha diversi poteri, le storie ci piacciono quando riconosciamo che parlano di noi.

La lettura ha inoltre la grande funzione di aumentare la concentrazione. Nelle scuole in cui sono stata abbiamo applicato la pratica di leggere dieci minuti prima dell’inizio delle lezioni. Questo doma le classi più irrequiete, favorisce la concentrazione, e da ai bambini un elemento unitario di riferimento.


Intervista a Carlo Lucarelli: il nero e quello che non funziona

Carlo Lucarelli è il mistero, il noir, il giallo, il crimine e l’indagine; la ricerca della ragione dietro un meccanismo che si è inceppato. A Vienna, durante il festival di letteratura italiana La Fonte, ha presentato L’inverno più nero (Einaudi – 2020), l’ultimo romanzo del commissario De Luca, anche tradotto in tedesco. Gli ho fatto alcune domande sul suo rapporto con i colori e con i personaggi che escono dalla pagina.



Dici che il commissario De Luca ti ha fatto nascere delle domande in testa fin dall’inizio. Una in particolare: perché è ricattabile per qualcosa che ha fatto prima? E cosa ha fatto?

Ti capita che i personaggi si muovano a loro piacimento nelle loro storie e ti rubino il potere? È stato così con De Luca? Hai dovuto poi raccontare quello che ti diceva lui?

Certamente. È stata una scoperta che ho fatto sin dal primo romanzo con De Luca. Quando ho scritto Carta bianca avevo in testa una trama abbastanza precisa: a un certo punto il mio personaggio cercavano di ucciderlo, lui rispondeva sparando, tirava fuori una valigia che aveva da quando era nella squadra politica, dentro la valigia c’erano bombe a mano e una pistola e diceva: «Adesso si fa a modo mio: carta bianca».

Era poi il titolo del romanzo. Si trattava di un personaggio volitivo e deciso e anche parecchio marziale, insomma fascista. E invece io ho cominciato a scrivere di un personaggio che ha paura, che cambia ufficio perché teme di finire nei guai dopo la guerra, all’inizio c’è un attentato e si spaventa. Quando sono arrivato a quel momento lì, che volevano ucciderlo, il mio personaggio non ha più fatto quello che pensavo io, non ha risposto sparando. È scappato e si è nascosto da qualche parte, ha chiamato i colleghi. Un personaggio che ha paura non può essere quello che pensavo io; da lì è cambiato completamente il mio romanzo, anche il titolo non aveva più ragione di esserci.

Ho imparato in quel momento che i personaggi fanno quello che vogliono loro, tu li costruisci dandogli qualche piccolo elemento del carattere, che è quello che più ti incuriosisce, dopodiché loro lo sviluppano ed è sempre una sorpresa.

-Per L’inverno più nero hai scelto un’ambientazione affollata: il centro di Bologna nel 1944 si riempie di 500.000 abitanti e 22.000 capi di bestiame (i contadini sfollati portano giustamente con loro le mandrie). È un enorme campo profughi sotto ai portici della città con tante voci, problemi e bisogni. Il tuo commissario si sposta a piedi e fa domande; e insieme mostra le barbarie del fascismo in quella situazione fuori dall’ordinario. Dici che ne hai voluto parlare perché di questa storia ci siamo dimenticati. Ci dimentichiamo di ciò che è accaduto e per questo non ci accorgiamo delle similitudini col presente? Penso agli odierni campi profughi.

Questa è una cosa complicata. È il solito discorso che si dice: gli italiani sono un popolo ricco di storia, ma povero di memoria, perché ci dimentichiamo tutto quello che è successo. Tutte le volte ci stupiamo quando succede qualcosa, senza pensare che certe cose sono avvenute nello stesso modo nel passato. Ci dimentichiamo perché fa comodo farlo, la molla iniziale secondo me è quella: fa comodo dimenticarsi delle cose brutte, perché così puoi avere un’altra immagine di te stesso. Noi siamo stati una nazione e un popolo colonialista per esempio, abbiamo avuto le colonie dal 1880, però questo è un argomento totalmente rimosso e mai studiato nelle scuole, nei libri di storia, perché così possiamo dire che noi italiani siamo diversi da tutti gli altri, invece siamo stati uguali agli inglesi e ai francesi.

Lo stesso vale per il fascismo: ci dimentichiamo di tante cose che sono successe e che continuano a succedere adesso perché è più comodo così. Faccio un esempio: ne L’inverno più nero c’è questo tipo di situazione. Una delle cose che ci fa capire come mai noi ci dimentichiamo in maniera così comoda delle cose e poi siamo costretti a ripeterle è ad esempio la continuità degli apparati di sicurezza, della polizia. Quella prima del fascismo, faceva cose che erano quelle che faceva la polizia fascista, era nella sua ragione sociale. Poi dopo la guerra è rimasta quella, le persone sono rimaste in gran parte le stesse; molte di loro hanno fatto le stesse cose che facevano prima. Così abbiamo avuto le stagioni dei misteri italiani, dei servizi segreti deviati. È solo un esempio di come è più comodo dimenticarsi di quello che è successo e far finta che sia tutto uguale per poi ritrovarci gli stessi problemi di prima.

-Il commissario De Luca indaga tre omicidi per tre committenti diversi in questo libro. Ci racconti che si scrive e si legge giallo per sapere come va a finire. Chi è stato e perché. Alcuni dicono che i gialli si scrivono dalla fine. Quando cominci le tue storie (si intende per quelle di finzione) sai già come va a finire o lo scopri sulla strada?

È vero, questo si diceva una volta, soprattutto nel giallo classico. Cominci dalla fine, perché prima sai chi è stato, come ha fatto, poi torni indietro nascondendo tutti gli indizi. Ma questo era il vecchio giallo di una volta. Per me è diverso perché non ci sono proprio mai riuscito, i personaggi cominciano a fare quello che vogliono e io non ho idea di cosa succederà alla fine. All’inizio comincio a pensare di scrivere un romanzo con una sorta di scaletta, poi mentre sto pensando mi viene una gran voglia di scrivere e comincio la prima parte, pensando poi mi fermo e razionalizzo. E invece vengo preso dalla foga di scrivere, perché succedono cose sempre diverse. Quindi io vado avanti di pagina in pagina.

Questo romanzo qui non avevo idea di come sarebbe finito. Ho impostato le prime cose, poi sono andato avanti pagina dopo pagina sperando di arrivare alla fine con un’idea che poi si concludesse da qualche parte. Quella per fortuna arriva sempre, anche se a volte non subito. Con molti romanzi mi è successo di rimanere fermo anche per tre mesi a guardare il muro dove avevo attaccato tutti i post-it con le scene scritte pensando: e adesso cosa faccio? Come finisco?

Poi alla fine viene sempre fuori qualcosa. Come si dice in gergo: gli scrittori fanno la scaletta o non fanno la scaletta. Io appartengo alla categoria “non faccio la scaletta”. Ormai ho capito che è così, anzi mi piace di più.

-Nei libri di De Luca giochi con la storia. Nei tuoi più recenti podcast e per la tv racconti partendo da vicende vere. È meglio la finzione o la realtà? A volte la verità sembra più assurda di quello che ci si può inventare?

E il genere giallo o il raccontare da un punto di vista noir è un modo di affrontare la realtà guardandola con occhio critico? Affrontandola tramite domande che poi invece ci portano dal reale al mondo di finzione?

È vero che la realtà supera la fantasia, ma fino a un certo punto. Nel senso che la realtà ha sempre superato la fantasia. Noi non è che ci inventiamo delle cose, noi scriviamo e mettiamo in scena dei meccanismi che sono quelli della realtà. Molte volte scriviamo di qualcosa che è accaduto nella realtà e che ci fa partire l’immaginazione, altre volte scriviamo delle cose che ancora non sono accadute, ma semplicemente perché non ce ne siamo accorti.

Faccio un esempio: io ho scritto un romanzo che si chiama Falange armata, l’ho scritto nel periodo della Uno bianca a Bologna a cavallo fra gli anni ottanta e novanta. Una banda di criminali che colpiva a Bologna come se fossimo a Los Angeles, sparava a carabinieri, ammazzava testimoni, una stagione veramente noir per la città.

Qui si può pensare che la realtà superi la fantasia, la fantasia sarebbe Bologna noir come Los Angeles, la realtà ce la sta facendo vedere.

Allora io ho pensato: supero la realtà. Con la mia fantasia invento che a capo della banda della Uno bianca ci sono due poliziotti. Due anni dopo arrestano sei poliziotti della questura di Bologna. Era qualcosa che già accadeva e di cui ci siamo semplicemente accorti dopo. La realtà è sempre più avanti della fantasia; quando la fantasia crede di essere più avanti è solo perché non conosceva la realtà.

Scrivere di queste cose è mettere in scena dei meccanismi che non funzionano, è avvenuto un omicidio, c’è un mistero, quindi è sempre una letteratura di denuncia. Noi del noir siamo quelli che rompono un po’ le scatole, durante i regimi il genere giallo o viene proibito o viene assoggettato e utilizzato. Scriviamo dei meccanismi malati della realtà, delle cose che non funzionano. Alla fine raccontiamo molte storie vere.

-Nella tua carriera hai sempre narrato su diversi canali: romanzi, radio, televisione. Oggi c’è un nuovo mezzo, il podcast, che padroneggi magistralmente. Cosa cambia nella scrittura per fra podcast e narrativa? E quanto la scrittura di uno influenza quella dell’altro?

Per quanto riguarda me non è molto diversa. Adesso c’è questa bellissima cosa del podcast, è un mezzo che ti permette di raccontare qualunque tipo di storia senza neanche differenziarla per genere. Abbiamo podcast su tutto, anche su Sanremo.

Per me non c’è molta differenza perché non è che io sia molto in grado di fare cose diverse da quelle che faccio. Io racconto in maniera narrativa, in genere in maniera misteriosa e qualunque cosa faccia è quella roba lì. Io sto facendo e ho fatto alcuni podcast. Apnea sulla Costa Concordia, In compagnia del lupo sulle favole, Nero come il sangue con Massimo Picozzi, però alla fine vengono tutti da cose che ho scritto prima per la narrativa, per il libro. Il mio modo di raccontare è lo stesso, invece di farlo con la parola scritta lo faccio leggendolo direttamente. Non vedo una grande differenza.

Devo dire di averla sempre pensata così per tutti i mezzi. Io andavo in televisione e facevo la stessa cosa che facevo nei libri. È chiaro che sia il podcast che la televisione ti offrono dei punti di forza diversi, la televisione mi offriva che insieme alle mie parole, alla mia faccia, arrivava il documento reale, l’intervista. Dava una forza di verità a quello che stavo raccontando. Nel podcast c’è la possibilità di usare la voce, sei soltanto te e la tua voce, chi ti ascolta è la tua voce e le sue orecchie. È una specie di silenzio nero dentro al quale c’è la voce. Non c’è nient’altro, è più concentrato. Bisogna tenere poi conto di quando viene ascoltato. Io se scrivo un libro so che il mio lettore sarà una persona seduta con una cosa davanti  e concentrata, il podcast viene ascoltato in macchina, durante il lavoro, questa cosa conta. Devi pensare che verrai ascoltato in quella dimensione lì.

A me capita di ascoltare delle cose mentre sono in macchina, sto guidando, è giorno, ci sono tutte le macchine davanti, però quando ascolto in una parte della mia testa siamo nel buio, io e la voce.

Quando parlavo di giallo da Radio Deejay eravamo io e il mio deejay davanti che registrava. A me sembrava sempre di essere alle due di notte io e il microfono e basta. Avevo un inquadratura che comprendeva la mia faccia e il microfono. Sembrava un film I guerrieri della notte, dove c’è una speaker che parla e vedi solo le labbra di questa donna e l’inizio del microfono. E poi uscivo ed erano le due del pomeriggio.

-L’ultima domanda vorrei farla sui colori. L’inverno più nero esce nel 2020 e oggi ne parliamo in giorni più che oscuri per tutti. Penso anche al tuo podcast Nero come il sangue. Questo colore buio, che poi denota anche il genere che ti appartiene, il noir, torna spesso nei titoli degli ultimi anni. Come mai ora le tue storie sono tinte di nero e prima erano blu? Penso a Blu notte. In fondo una nottata può essere raccontata con diversi colori, può essere blu, stellata o oscura e nera?

Il nero si lega al genere. Una volta si chiamava giallo, una pura convenzione; le copertine di Mondadori erano gialle. Il giallo è diventato evocativo per un sacco di cose, quando dico che c’è qualcosa di misterioso dico è un giallo, ma che c’entra il giallo col mistero? Niente. È semplicemente una convenzione che abbiamo creato noi. La stessa cosa vale per il nero. Il genere giallo si è evoluto in un’altra denominazione: il noir. Viene dal francese, i libri che avevano a che fare con il crimine e il mistero. Noi come civiltà occidentale associamo al nero un sacco di cose, il funerale, il mistero, la notte, la paura. É per questo motivo che diciamo nero e noi ci chiamiamo noir: è un’atmosfera misteriosa e inquietante e questo è nero.

Stiamo però creando una convenzione perché il nero vuol dire un sacco di cose. Mia moglie è eritrea, è nera. Una volta mentre eravamo ancora agli inizi, lei mi chiese cosa facessi e io le dissi:

«Sono uno scrittore di noir.»

«Cos’è il noir?»

Io comincio: «La morte, i funerali, il crimine, la paura…»

A un certo punto lei mi dice: «Ma perché tutte queste cose così brutte per un colore così bello? ».

Ha ragione. Però lo associamo a quello. Io sono quasi sempre vestito di nero, perché da giovane ero un punker, poi un dark. Mi piaceva questa dimensione funerea. Poi diventando uno scrittore di noir diventa praticamente un’uniforme di scena. Però è puramente convenzionale. A un certo punto le cose che ho fatto io erano in blu, Blu notte, Mistero in blu e tantissime altre cose. Perché ho scritto un romanzo che si chiama Almost blue dove il colore blu è un colore bello. È un ragazzo non vedente che sente i nomi dei colori e li interpreta: il blu è bellissimo, il verde è brutto perché graffia con quella erre, le cose che bruciano sono verdi. Per il fatto che avessi scritto Almost blue, che veniva da una canzone di Elvis Costello fatta da Chet Baker, che parla del blu come tristezza e malinconia, abbiamo allora elaborato, io e quelli della nostra scuola un altro concetto: il blu diventa il nero, che è l’inquietudine, la paura il mistero, legato a una vena di malinconia. Allora ecco il blu. A quel tempo avrei detto che scrivevo romanzi blu.

Ora siamo tornati al nero. Perché nella nostra convenzione è paura, inquietudine, mistero e qualcosa che non funziona. Ma facciamo un pessimo servizio al nero, che è un colore senza alcuna colpa.